Lunedì, 09 Agosto 2010 13:51

Steno Marcegaglia - Compie ottant’anni il fondatore del gruppo Marcegaglia

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Era il 9 agosto del 1930. A San Giovanni Ilarione, piccolo paese della provincia veronese, nasceva Steno Marcegaglia, figlio di Antonio ed Emma. A prima vista la nascita di un figlio in una famiglia tutt’altro che agiata della pianura Padana poteva sembrare un evento come tanti altri, senza niente di speciale. Invece era solo il primo passo verso un’avventura imprenditoriale ed umana di grande spessore, che ha portato alla nascita di un colosso della trasformazione dell’acciaio, di un’impresa che ha avuto ed ha un influsso enorme sul mercato europeo e mondiale  di piani e tubi. Oggi, nell’occasione dell’ottantesimo compleanno di Steno Marcegaglia, Siderweb pubblica un’intervista in esclusiva nella quale l’imprenditore ripercorre la sua storia e getta uno sguardo sul futuro del suo gruppo e dell’acciaio.

Steno Marcegaglia: la storia - «Ho vissuto a San Giovanni Ilarione fino alla conclusione delle scuole elementari – ha raccontato a Siderweb il fondatore del gruppo Marcegaglia -, poi ho vinto un concorso nazionale riservato agli studenti meritevoli e sono stato ammesso  in un collegio a Torino. Vi sono rimasto fino al 1943, quando l’edificio scolastico è stato distrutto dai bombardamenti». Successivamente «mi sono trasferito con mia madre a Gazoldo degli Ippoliti, piccolo centro agricolo nel mantovano. Mio padre, emigrato nel 1935 in Africa Orientale, nel frattempo era partito in guerra, dove era caduto prigioniero degli alleati. Nei primi anni a Gazoldo mia madre faceva la cameriera ed io lavoravo e studiavo da geometra. Mi sono diplomato nel 1948». Mantova, a quel tempo, era una provincia agricola che offriva poche possibilità di lavoro. A 19 anni Marcegaglia entra «nell’Alleanza Contadina, dove difendevo gli interessi dei contadini nelle controversie con i proprietari terrieri». Dopo 10 anni di duro lavoro, nel 1959, Marcegaglia riesce a risparmiare un milione e mezzo di lire e con questi fondi prende in affitto un capannone di 120 metri quadri. «Dato che a Medole, a pochi chilometri di distanza da Gazoldo, c’era una delle maggiori aziende italiane produttrici di tapparelle, ho iniziato a produrre le guide per le tapparelle, piegando i nastri di acciaio». Nel corso degli anni, il costo delle materie prime cresce e Marcegaglia decide di «improvvisarmi laminatore a freddo. Compro un macchinario da 60 cavalli per laminare, ma c’è un problema. A Gazoldo c’erano solo 6 KW di elettricità, in quanto non vi erano installazioni industriali. Per limitare la potenza c’era un congegno chiamato Zeus, una scatola di ceramica con all’interno due fili di piombo che quando c’era un sovraccarico si scioglievano in 2-3 minuti. Ma noi avevamo bisogno di quell’energia: allora all’inizio avevamo provato a raffreddare i fili con delle boule di ghiaccio, ma era una soluzione di fortuna che durava per poco. Abbiamo provato a sostituire i fili di piombo con quelli di rame, ma poi saltava l’interruttore generale e tutto il comune rimaneva senza elettricità. Alla fine comprammo un motore a scoppio per ovviare al problema». Dopo qualche anno di attività “pionieristica” Marcegaglia compie il primo balzo in avanti. «Riuscii ad ottenere un prestito di 200 milioni dalla Cariplo: con quei fondi comprai un grande laminatoio, installai una linea elettrica adeguata e in due anni passai da una produzione mensile di 100 tonnellate a 4.000 tonnellate, mentre i grandi player di allora, i lecchesi, rimasero a 1.000 tonnellate al mese». Negli anni successivi arriva anche l’impegno politico: nel 1965 viene eletto sindaco di Gazoldo degli Ippoliti con una lista civica e per 11 anni governa il comune «con DC, PCI e PSI all’opposizione». Gli investimenti in azienda non si fermano: l’azienda passa da 4.000 tonnellate lavorate al mese a 40.000 tonnellate e continua a crescere. Nel 1982, il 15 ottobre, l’imprenditore viene rapito e viene tenuto in prigionia per 51 giorni. Riconosce la voce dei rapitori, alcuni dipendenti del gruppo di uno stabilimento di Napoli, e si sente «un condannato a morte. Sapevo che dovevo assolutamente scappare: ci ho provato una volta ma mi hanno ripreso, ci ho riprovato una seconda volta e sono stato individuato sull’Aspromonte da un elicottero della Polizia, che mi ha salvato». Torna a casa dal rapimento «e mi impegno ancor di più sul lavoro»: il gruppo Marcegaglia continua a crescere, a fine degli anni ’80 entrano in azienda anche i figli Antonio ed Emma e a forza di acquisizioni ed investimenti nel 2008 Marcegaglia trasforma quasi 5 milioni di tonnellate di acciaio per un fatturato di oltre 4 miliardi di euro, con 50 stabilimenti produttivi in tutto il mondo e 51 sedi commerciali. Steno Marcegaglia il 2 giugno 1992 è stato nominato cavaliere del lavoro, è stato insignito del titolo di commendatore dell’Ordine della Corona del Belgio, il 4 luglio 2007 gli è stata attribuita dal governatore dello stato di Santa Catarina (Brasile) la medaglia d’oro “Anita Garibaldi” e nel 2002 è stato insignito della laurea honoris causa in ingegneria dei materiali dal Politecnico di Milano.

 

Il segreto del successo - «Sono sempre stato curioso (da piccolo mi chiamavano il “bambino perché”) e ambizioso. Volevo emergere e diventare qualcuno. Quando ero all’asilo una volta le insegnanti chiesero a noi bambini cosa volessimo fare da grandi: mentre i miei compagni rispondevano “il pilota di aerei” o “guidare il trattore” io dissi che avrei voluto diventare “il papa, il re o il duce”. Per assecondare le mie aspirazioni  ho sempre lavorato moltissimo, mettendoci tutto il mio impegno, preparandomi e studiando tanto». Oltre a ciò «ho avuto il coraggio di rischiare e di indebitarmi perché inseguivo un sogno e continuo ad inseguirlo. Sono innamorato del mio lavoro e voglio continuare a farlo ancora a lungo». Infine «ho una splendida famiglia, che mi ha aiutato e oggi mi affianca nella gestione dell’impresa ed ho sempre dato molta importanza ai collaboratori». L’imprenditore che non coinvolge la famiglia e i collaboratori, secondo Marcegaglia, «è un mezzo imprenditore. Io vengo da una famiglia contadina, povera, e apprezzo la fatica di chi lavora e si impegna. Ho sempre avuto rispetto della gente: le persone sono al centro della vita dell’azienda e se vengono premiate sia economicamente sia umanamente sono sicuro che rendono di più, lavorano con più attaccamento e portano benefici a tutto il gruppo».

La svolta – C’è stato per Marcegaglia un momento di svolta, un balzo in avanti che ha cambiato il volto del gruppo? «Le svolte, per noi, sono continue, all’ordine del giorno. Un imprenditore deve continuare a crescere e migliorare, investendo sempre per arrivare primo o quantomeno tra i primi. Per questo motivo non credo che nella mia storia imprenditoriale ci sia stata una svolta, ma ogni giorno c’è una svolta, una crescita, un passo avanti».

Il momento più esaltante – Qual è stato il momento più esaltante della sua carriera imprenditoriale? «Quando abbiamo acquistato la Maraldi di Ravenna. Era un’impresa su un’area di 540.000 mq, nessuno la voleva, ho fatto un mare di debiti per rilevarla ma è stata una scommessa vincente ed ora Ravenna è diventata un gioiello nel gruppo Marcegaglia».

Occasioni perse – Ci sono state delle occasioni che non ha potuto o voluto cogliere delle quali poi si è rammaricato? «No. Mi considero un temerario: ho sempre colto tutte le occasioni che mi si sono presentate, comprese quelle in ambito finanziario».

Futuro del gruppo - «Continueremo ad investire e a ingrandirci, allargandoci anche a settori che oggi non copriamo. Lo stadio finale sarà quello di acquistare o realizzare un’acciaieria». Nei prossimi anni «per sopravvivere bisognerà essere sempre più competitivi. I nostri concorrenti pagano di meno la manodopera ma vincerà chi è meglio organizzato: ci vuole la giusta automobile ma anche il giusto pilota. Noi cerchiamo di combattere il maggior costo del lavoro con una maggiore produttività e per ora ci stiamo riuscendo».

Desideri - «Cosa spero di fare nei prossimi anni? Voglio continuare a sognare, vivere ancora a lungo e continuare a lavorare. Io amo il mio lavoro, amo il rischio e voglio farlo ancora».

Futuro dell’acciaio italiano - «Sono ottimista sulla siderurgia italiana. La crisi, seppur più lunga del previsto, verrà superata. Chi investe, e gli operatori che lo stanno facendo nel nostro Paese non mancano, continuerà a primeggiare. Come imprenditori chiediamo solo ai monopoli di farci combattere ad armi pari con i nostri concorrenti europei sul piano dei costi».

 

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Letto 7008 volte Ultima modifica il Venerdì, 15 Marzo 2013 11:21

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